INDAGINE DATTILOSCOPICA

L’indagine dattiloscopica è un’attività che mira all’identificazione personale.

E’ molto complessa, ma tra le più efficaci nel campo della criminalistica.

Studia le cosiddette ‘creste papillari’, cioè dei rilievi carnosi che si vanno a formare sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi. Tali rilievi, se a contatto con una superficie liscia, formano una specie di disegno. Abbiamo parlato dell’estrema efficacia di tale indagine, poiché tali impronte sono immutabili nel tempo, tranne in rari casi di lesioni traumatiche, che provochino un’asportazione del derma (la parte più interna della pelle), e soprattutto “caratteristiche”; non esistono infatti al mondo 2 impronte uguali. Anche nel caso di gemelli omozigoti, la possibilità di trovare 2 impronte identiche e’ ridottissima.

L’indagine dattiloscopica si compone di 2 fasi: una preventiva e una giudiziaria.

Attraverso la prima, si “scheda” un soggetto che verrà successivamente identificato. L’art.4 del T.u.l.p.s. (testo unico legge pubblica sicurezza,) consente all’autorità di pubblica sicurezza, di sottoporre a rilievi dattiloscopici un soggetto sospetto o considerato di estrema pericolosità. Attraverso tale attività, viene redatto una sorta di cartellino, dove sul retro vi sono le generalità della persona, il motivo della segnalazione, i connotati fisici, le foto (fronte e profilo), e le impronte delle 5 dita della mano sinistra.
Dall’altro lato vengono indicati i tratti salienti (es. naso deviato), i contrassegni (es. macchie, tatuaggi), la firma, sia del criminalista che del soggetto, e le impronte delle 5 dita della mano destra.
Oltre al cartellino viene compilato un foglio dove vengono impresse le impronte delle 10 dita e delle 4 più lunghe. Infine, viene compilata una scheda palmare, dove sono riportate le impronte dei palmi delle mani. Le impronte digitali, hanno un sistema di linee che possono generare dei triangoli denominati delta, perchè simili alla lettera dell’alfabeto greco.

Le linee sono di 4 gruppi: adelta, monodelta, bidelta e composte, a seconda che generino o meno tale lettera.
Tutto questo viene poi archiviato attraverso un sistema chiamato afis (automated fingerprints identification system), capace di memorizzare i cartellini segnaletici, i punti caratteristici delle impronte e attraverso un sofisticato software, di comparare le impronti differenti per individuare il soggetto.
La seconda fase di indagine è quella giudiziaria (art.349cpp). Consiste nell’identificazione dattiloscopica dell’autore del reato. Eseguita tale fase, si procede alla comparazione, con quella ottenuta attraverso la fase preventiva e contenuta nella banca dati. Operazione questa alquanto complessa e che necessita di un’attenta e scrupolosa analisi.
Come avviene un rilevamento dattiloscopico?
Iniziamo con la cute delle creste papillari che secerne una sostanza trasparente e che si deposita su tutte le aree toccate dalle dita. Tale impronta è invisibile, dunque va” esaltata”, cioè resa visibile. A tal fine si utilizzano vari procedimenti: vapori di iodio e successiva fotografia, per impronte su carta; la ninidrina, cioè un composto chimico che reagisce con gli amminoacidi, presenti nelle secrezione delle creste papillari; il cianoacrilato, che attraverso la medesima reazione, crea macromolecole di colore bianco.

Il procedimento è questo: si prende un batuffolo di cotone imbevuto di idrossido di sodio, il cianoacrilato evapora e plastifica l’impronta. La repertazione poi avviene con la fotografia.
Il procedimento per il rilevamento delle impronte digitali, risulta invece più semplice nel caso in cui ci troviamo di fronte a secrezioni delle creste papillari macchiate di sangue, o di vernice. Le impronte sono già visibili e dunque è sufficiente il rilevamento fotografico. Se tra impronta e supporto dovesse esserci contrasto, allora si ricorre all’illuminazione colorata in grado di far risaltare l’impronta.
Una volta rilevata l’impronta dovrà essere confrontata con quella del “sospetto”. Se attraverso tale riscontro, si evidenziano 16/17 punti caratteristici, per forma e posizione, allora si può sostenere l’identità delle stesse. C’e’ da dire che una volta l’esperto eseguiva manualmente la verifica delle impronte. Ora grazie al sistema afis, il metodo e’ totalmente automatizzato e in verità anche estremamente complesso da spiegare poiché si basa su formule algoritmiche davvero complesse.
Massimo Lippolis

Tratto da zonedombra

 

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